
«La salute è uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale, e non consiste soltanto nell’assenza di malattia o d’infermità.»
— Organizzazione Mondiale della Sanità
L’idea che un ago inserito in un punto periferico del corpo possa modificare il funzionamento del cervello continua a suscitare interesse, e talvolta anche diffidenza, nella medicina contemporanea. Eppure è proprio questa una delle direzioni più promettenti della ricerca sull’agopuntura: comprendere come una stimolazione periferica estremamente precisa possa produrre modificazioni misurabili in reti nervose coinvolte nell’emozione, nella memoria, nella ricompensa e nella regolazione dello stress.
Un recente lavoro dedicato agli effetti dell’agopuntura sulla funzione cerebrale nei pazienti con depressione porta nuovamente questa questione al centro dell’attenzione. L’interesse dello studio non consiste semplicemente nel mostrare che alcuni pazienti depressi migliorano dopo un trattamento con agopuntura, ma nel tentativo di individuare che cosa accade nel cervello durante questo processo. L’analisi neurobiologica suggerisce infatti che l’agopuntura possa essere associata a modificazioni di specifiche regioni cerebrali e, soprattutto, a una diversa organizzazione funzionale dei circuiti implicati nella regolazione affettiva e nel sistema della ricompensa.
Il dato più interessante riguarda alcune aree che costituiscono nodi fondamentali dell’esperienza emotiva. Nei soggetti sottoposti ad agopuntura vengono descritti cambiamenti nell’area del cingolo destro e nel nucleo caudato destro, mentre il numero delle sedute appare correlato a modificazioni dell’amigdala sinistra. Non si tratta di dettagli anatomici marginali. Il cingolo partecipa a complessi processi di regolazione emotiva e cognitiva; il nucleo caudato è inserito nei circuiti della motivazione e della ricompensa; l’amigdala costituisce uno dei principali sistemi attraverso cui il cervello attribuisce significato emotivo agli stimoli e partecipa alla risposta allo stress.
È proprio quest’ultimo aspetto a rendere particolarmente suggestiva l’ipotesi di una neuromodulazione dell’emotività. L’agopuntura potrebbe non agire semplicemente come un intervento capace di attenuare un sintomo già formato, ma contribuire a modificare il modo in cui determinate reti nervose elaborano e integrano gli stimoli. Naturalmente parlare di “rimodellamento del cervello” richiede cautela. Le tecniche di neuroimaging mostrano modificazioni dell’attività o della connettività funzionale, ma non autorizzano automaticamente a concludere che si sia prodotta una trasformazione anatomica permanente. Il termine più corretto, almeno allo stato attuale delle conoscenze, è dunque neuroplasticità funzionale.
Questa prudenza è fondamentale. Una revisione sistematica pubblicata nel 2025 ha esaminato 26 studi di neuroimaging sull’agopuntura nei disturbi depressivi, per un totale di 1.138 partecipanti, rilevando modificazioni in diverse regioni e reti cerebrali, tra cui cingolo, precuneo, insula, aree prefrontali, amigdala, ippocampo e strutture del sistema della ricompensa. Gli stessi autori sottolineano però la necessità di studi più rigorosi, multimodali e metodologicamente omogenei.
La questione diventa ancora più interessante quando si confrontano gli effetti dell’agopuntura con quelli dei farmaci antidepressivi. Nel materiale relativo al nuovo studio viene sottolineata una differenza nei pattern di modificazione cerebrale: nei soggetti trattati farmacologicamente emergerebbero soprattutto variazioni a carico dell’ippocampo e di regioni occipitali, mentre l’agopuntura sembrerebbe coinvolgere maggiormente circuiti affettivi e della ricompensa. Non significa che esistano due cervelli differenti o due meccanismi rigidamente separati. Significa piuttosto che interventi terapeutici diversi possono raggiungere il miglioramento clinico attraverso configurazioni neurobiologiche parzialmente differenti.
È una prospettiva importante soprattutto per comprendere la complessità della depressione. La depressione non è semplicemente una “carenza chimica”, né può essere ridotta a un singolo circuito cerebrale. È una condizione multifattoriale nella quale interagiscono vulnerabilità individuale, ambiente, stress, sonno, metabolismo, sistema immunitario, esperienza affettiva e funzionamento neuroendocrino. Anche il cervello, del resto, non è un organo isolato dal corpo.
Ed è proprio qui che la ricerca sull’agopuntura può aprire una prospettiva ancora più ampia.
La stimolazione dell’ago nasce in periferia, ma la sua risposta non rimane necessariamente confinata alla sede anatomica dell’inserzione. Il sistema nervoso periferico, il sistema autonomico, il tessuto connettivo, il sistema immunitario, l’apparato endocrino e l’intestino costituiscono una rete di comunicazione continua. Una recente letteratura sta infatti esplorando sempre più esplicitamente l’agopuntura come forma di neuromodulazione multisistemica, nella quale le interazioni centro-periferia assumono un ruolo decisivo.
In questa prospettiva acquista particolare significato anche lo studio del connettivoma, inteso come rete dinamica del tessuto connettivo, e del microbiota intestinale. L’interesse non consiste nel sostituire un linguaggio con un altro, né nel sostenere che il connettivoma sia semplicemente la traduzione moderna del Qi o che il microbiota corrisponda a una determinata categoria della Medicina Classica Cinese. Sarebbe una sovrapposizione arbitraria e scientificamente fragile.
Il punto è diverso: discipline differenti possono osservare, con strumenti differenti, la stessa proprietà fondamentale dell’organismo vivente, cioè la sua interconnessione.
La Medicina Classica Cinese non ha costruito la propria fisiologia intorno all’idea di un organismo composto da compartimenti indipendenti. Il corpo è relazione: interno ed esterno, alto e basso, superficie e profondità, movimento e quiete, nutrimento e trasformazione. Qi, Jing e Shen appartengono a un modello teorico e clinico che non può essere tradotto semplicisticamente nei termini della neuroscienza contemporanea; tuttavia, il dialogo con la ricerca moderna può diventare fecondo proprio quando rinuncia alle equivalenze facili.
Anche l’asse intestino-cervello rappresenta oggi una delle frontiere più interessanti. Il microbiota comunica con l’organismo attraverso vie immunitarie, metaboliche, endocrine e nervose. L’intestino non è quindi soltanto un apparato deputato alla digestione, così come il cervello non è soltanto il luogo nel quale “avviene” la mente. Sono nodi di una rete biologica più vasta.
Da questo punto di vista, la depressione diventa un modello particolarmente significativo. Anedonia, alterazioni della motivazione, disregolazione emotiva, disturbi cognitivi e modificazioni della risposta allo stress coinvolgono sistemi differenti ma interdipendenti. Se l’agopuntura riesce realmente a modulare alcuni di questi circuiti, la domanda scientifica non dovrebbe limitarsi a individuare quale punto attivi quale area cerebrale. Dovrebbe chiedersi come un organismo trasformi uno stimolo periferico in una risposta integrata.
Le ricerche future dovranno dunque andare oltre la semplice fotografia del cervello. Saranno necessari studi longitudinali, campioni più ampi e diversificati, protocolli di agopuntura meglio caratterizzati, neuroimaging multimodale e integrazione con biomarcatori molecolari, immunologici, metabolici e neuroendocrini. Un recente protocollo randomizzato, per esempio, prevede proprio l’uso della fNIRS per studiare gli effetti dell’agopuntura sulla funzione cerebrale nei pazienti con disturbo depressivo maggiore, insieme a misure cliniche e di qualità della vita.
Questa è probabilmente la direzione più interessante: non cercare una nuova spiegazione riduzionista dell’agopuntura, ma comprendere come una terapia sistemica possa produrre effetti osservabili all’interno di una rete biologica complessa.
L’agopuntura, in questa prospettiva, non è interessante perché “dimostra” che la medicina antica aveva già scoperto la neuroscienza. È interessante perché obbliga la neuroscienza contemporanea a porsi una domanda più ampia: quanto può essere estesa la distanza tra un punto periferico stimolato e la risposta globale dell’organismo?
Il vero risultato di questi studi, quindi, non è ancora la dimostrazione definitiva che l’agopuntura “rimodelli il cervello”. È qualcosa di più sobrio e, forse, più importante: l’evidenza crescente che la stimolazione con ago può essere associata a modificazioni misurabili di circuiti cerebrali coinvolti nell’emozione, nella ricompensa, nella memoria e nella regolazione dello stress.
Fra l’ago e il cervello esiste una distanza anatomica. Ma nell’organismo vivente la distanza non coincide necessariamente con la separazione.
È proprio nello spazio compreso fra periferia e centro, fra sistema nervoso e connettivo, fra intestino e cervello, fra esperienza clinica e neuroimmagine, che oggi può svilupparsi una delle ricerche più interessanti sull’agopuntura. Una ricerca nella quale la tradizione non deve essere forzata a diventare neuroscienza e la neuroscienza non deve essere costretta a confermare la tradizione, ma entrambe possono incontrarsi nella domanda fondamentale che accomuna ogni medicina: come si autoregola un essere vivente quando viene sottoposto a uno stimolo capace di modificare il suo equilibrio?
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